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Un delizioso divertissement
La scomparsa della cucina
di Alberto Salarelli

C’è una legge, anzi una Grande Legge, che lungo l’arco del tempo definisce con certezza scientifica il rapporto inscindibile che lega la dimensione dello spazio destinato alla cucina a quello destinato al bagno. La formula che illustra questo rapporto è la seguente: C + B = 100, ovvero la somma delle metrature della cucina e del bagno è una costante. Al crescere delle dimensioni dell’una, diminuisce quella dell’altro e viceversa: «questa legge regola tutta la storia dell’umanità e costituisce la base di un’ampia serie di sviluppi tecnologici e sociali che meritano la massima attenzione».
La scomparsa della cucina
Paradossale? Sì, ma a ben vedere non così tanto. Il volume La scomparsa della cucina è infatti un delizioso divertissement nello stile dell’indimenticabile teoria della stupidità di Carlo Maria Cipolla: in entrambe le opere l’arguzia della provocazione consistente nell’enunciazione di una serie di apodittiche dimostrazioni matematiche è continuamente controbilanciata dalle osservazioni di comportamenti che ciascuno di noi, nella propria vita, può verificare come situazioni ormai scontate della propria quotidianità. Situazioni che invece scontate non sono affatto come evidenziato dall’intento fondamentalmente morale di questi scritti, destinati a sviluppare e ad affinare il senso critico del lettore tramite l’estro stilistico e il ricorso frequente al nonsense. Bisogna essere scrittori di vaglia per condurre questo gioco, che riesce solo quando il lettore si trova obbligato sovente a staccare gli occhi dalla pagina nel dubbio che l’autore, dietro un eloquio impeccabilmente accademico, non lo stia invece menando per il naso. Ma non basta: bisogna anche saper padroneggiare con assoluta sicurezza la materia di cui si discute affinché le tesi presentate possano risultare del tutto credibili. John B. Dancer, l’autore de La scomparsa della cucina, possiede entrambe queste doti. Dietro questo cristallino pseudonimo, infatti, non si cela ma si svela la figura di un grande scienziato di caratura internazionale nell’ambito della zooantropologia e della storia dell’alimentazione cioè Giovanni Ballarini che inoltre, da qualche anno, ricopre anche la carica di presidente dell’Accademia Italiana della Cucina.

Ebbene, quali sono le conseguenze verificabili e inoppugnabili della Grande Legge? Fra le tante proposte nel libro ne scegliamo una davvero sorprendente che spiega perché fuori dalle mura di casa nostra per usare una toilette bisogna ordinare un caffè. Infatti se si prova ad applicare la Grande Legge non solo in riferimento agli spazi di casa ma ai luoghi pubblici, si osserverà come nelle civiltà cosiddette avanzate, o post-industriali, il numero dei locali destinati alla ristorazione è smisuratamente aumentato mentre, in un rapporto inversamente proporzionale, si è assistito alla scomparsa pressoché totale dei bagni pubblici. Come mai? Spiega John B. Dancer, cioè Ballarini, che tutto ruota intorno al tasso di tecnologia da applicare agli ambienti: cucina e bagno privati sono oggi di dimensioni ridotte perché trattasi di spazi altamente tecnologizzati: la tecnica è in grado di domare, controllare, La scomparsa della cucinaminiaturizzare il fuoco e l’acqua. Questo non significa però infrangere la Grande Legge, infatti il rapporto dimensionale tra bagno e cucina continua a rimanere una costante, privilegiando oggi bagni più spaziosi rispetto a minuscoli angoli cottura. Nella sfera pubblica, al contrario, proliferano locali che consentono di sopperire a quelle necessarie pulsioni conviviali che non possono essere soddisfatte nelle piccole cubature degli appartamenti urbani. Inoltre solo nei locali pubblici si possono ancora riproporre quelle cotture tradizionali (o presunte tali) alla griglia, allo spiedo, al bollito, che necessitano di apposite metrature, impensabili negli appartamenti privati. Questo ampliamento delle cucine pubbliche è però causa inevitabile – in ottemperanza al dettato della Grande Legge – della scomparsa di vespasiani e orinatoi. Per espletare queste funzioni fuori casa (ma, si sa, tutti preferirebbero tornare a casa nell’intimità del proprio bagno) ci si deve ormai affidare alle misere toilette dei luoghi di ristorazione pubblica, luoghi dove invece si va spesso volentieri per mangiare e stare in compagnia, abbandonando talora con grande piacere l’essenzialità e l’angustia della cucina di casa. Una grande verità? Una baggianata? Scrive l’autore: «come negli scherzi musicali, dove le note sono vere e tutto il resto è fantasia, anche in questo scherzo gastronomico solo le note sono vere: il testo per ora è solo immaginazione e, forse, la prefigurazione di un futuro più o meno probabile o auspicabile».

È opportuno e doveroso rammentare come La scomparsa della cucina fosse già stato dato alle stampe nel 1994 a spese di Ballarini in una limitatissima tiratura come cadeau per i propri amici. A riproporlo oggi in una versione rivista e aggiornata a cura di Giovanna Bragadini è Fermo Editore (www.fermoeditore.it), una neonata casa editrice di Parma che «si chiama Fermo eppur si muove». E se questo è il primo passo, siamo certi che si muoverà davvero bene. Infatti il volume non risulta pregevole solo per il gustoso testo, ma anche per le fattezze più specificamente bibliologiche. Nulla è lasciato al caso: la copertina in tela Assuan, la grammatura della carta, l’impostazione grafica, tutto è pensato per il piacere del lettore, tutto si traduce in un prodotto di elevatissima qualità. Imperdibili poi le tavole davvero straordinarie di Cecilia Mistrali, evocatrici dei capolavori primitivisti del primo Novecento, nondimeno di tratto personalissimo.

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